Unorthodox – Un’analisi

UNORTHODOX

 

Unorthodox è una delle produzioni più recenti approdate su Netflix. Si tratta di una mini-serie di 4 episodi, auto-conclusiva, di produzione tedesco-americana, disponibile sulla piattaforma digitale dal 26/03/2020.

La serie comincia in medias res, mentre vediamo una ragazza vestita in modo strano, con capelli altrettanto strani, che si prepara per partire. O almeno questo è quello che crediamo. Nel giro di qualche minuto, però, comprendiamo che le cose sono ben diverse da quel che sembrano. La ragazza, Esty, non sta partendo, sta scappando. E quella che in un primo momento sembra un’ambientazione anni ’80, è in realtà la comunità ultra ortodossa chassidica di una New York dei nostri giorni in cui Esty è nata e cresciuta.

E così seguiamo Esty fino alla meta della sua fuga: Berlino. Una città che assume immediatamente un grande simbolismo, perché la fonte del trauma della comunità da cui Esty scappa diviene per lei il luogo della ricerca di sé stessa.

La serie è creata alternando le scene del presente, quelle di Berlino, con flashback a New York, a Brooklyn, nel quartiere di Williamsburg. In questo modo, ogni volta che Esty fa un passo avanti nella sua lotta verso la nuova libertà, vediamo un episodio del passato che la spinge a fare quel passo.

Il pubblico è indotto subito a compatire la scelta di Esty, a comprenderla, a difenderla. Eppure, Esty non scappa perché odia la sua comunità. Il suo non è disprezzo. È come se avesse capito di non appartenere più ad essa. Come dice ai nuovi amici di Berlino, crede che dio abbia preteso troppo da lei.

Esty, in realtà, sembra riuscire a convivere con le rigide regole della sua comunità. Certo, è curiosa del mondo esterno, ma cerca in ogni modo di essere fedele ai principi che le hanno insegnato. Ama sua nonna (che la ha cresciuta), le sembra sopportabile il fatto di sposare un uomo che non conosce e il fatto che il suo scopo sia avere figli. La crisi comincia proprio nel momento in cui non riesce a soddisfare il lato sessuale del suo matrimonio e, soprattutto, il fatto che il marito racconti tutto alla madre, una costante figura nera nella sua vita che non le permette di cercare soluzioni o canali di sfogo, come sono per lei la musica e lettura della Torah (entrambe cose che fa di nascosto). Ed è così che arriva la potente forza esplosiva, nella camera da letto, che porta Esty a buttare fuori quello che la tormenta e a decidere di avere quel rapporto sessuale che la fa tanto soffrire.

Ma poi rimane incinta e tutto, per un momento, sembra tornare al suo ordine naturale, non fosse che il marito le dice, prima di lasciarle raccontare la bellissima novità, che vuole il divorzio. Un’azione che chiaramente metterebbe in difficoltà Esty, più che Yanky, suo marito. E allora decide di farlo: scappare. Perché il suo bambino è la cosa più importante e vuole dargli un futuro.

Una volta a Berlino, Esty scopre che può avere una vita molto diversa, molto più simile a quella di una diciannovenne come la pensiamo noi appartenenti alla cultura occidentale. Qui conosce un gruppo di ragazzi più o meno suoi coetanei che studiano al conservatorio. Il fatto che loro la invitino subito a essere parte del gruppo, o meglio, che lei si auto-inviti tra di loro, può sembrare un po’ strano. Ma loro stessi sono ragazzi che vengono da realtà e paesi diversi, che si sono conosciuti lì a Berlino, perciò una persona in più fa poca differenza. E sicuramente Esty li incuriosisce, perché lascia trapelare molto poco di se stessa e delle sue origini, almeno inizialmente.

Durante la serie, poi, seguiamo un terzo arco narrativo: quello del marito di Esty che, sotto ordine del rabbino, va a Berlino per cercarla e riportarla a casa, perché scopre che lei è incinta e rivuole suo figlio. Così, accompagnato dal cugino Moishe, che ha già esperienza del mondo, arriva in Germania.

Le tre figure principali, Moishe, Esty e Yanki, rappresentano tre momenti diversi in cui si trova la loro conoscenza del mondo. Moishe è già scappato dalla comunità, ma non è riuscito a reggere la vita nella società occidentale ed è tornato, con la coda tra le gambe e con la necessità di farsi perdonare. Esty è scappata, e si trova in quel limbo da cui deve uscire, in una direzione, quella della libertà, o nell’altra, il ritorno a casa, a una vita che la soffocava. E poi c’è Yanki, spaventato e insicuro, che non vuole uscire dalla sua comunità e che segue ciecamente gli ordini che gli vengono dati.

Rispetto a queste tre figure, siamo portati a provare sentimenti diversi: siamo fieri di Esty e non vogliamo che torni indietro. Siamo dispiaciuti per Yanki e siamo rassegnati per Moishe, incastrato ormai nella realtà che si è creato.

Questa serie deve raccontare tante cose, tante sfaccettature che non sono per nulla facili da rappresentare. Durante gli episodi, vengono dette molte cose, ma sono forse più le non dette che hanno importanza. Non è tutto come sembra: Yanki non fa tutto quello che fa perché ama Esty – alla fine, è anche lui vittima di un matrimonio combinato, con qualcuno che non ha scelto; Esty non scappa perché odia tutto della sua comunità; Moishe non torna indietro solo perché ha una rivelazione di fedeltà verso la sua comunità.

Esty arriva, nell’ultima puntata, alla scelta definitiva. Tornare a casa con Yanki, o iniziare una nuova vita a Berlino, dove nel frattempo ha riscoperto il legame con la madre, perciò dove ha una famiglia e un supporto. Ma Esty lo sa già: è troppo tardi per tornare indietro. Lei la soglia la ha varcata, ritorno non c’è. Eppure non è un rifiuto. La canzone che incanta i professori durante l’audizione del conservatorio è una canzone ebraica che lei canta in yiddish. Lei non rifiuta il fatto di essere ebrea, ma il fatto di non poter essere libera. Nella sua comunità non può cantare, non può suonare, non può nemmeno leggere la Torah, il libro che dovrebbe guidarla, deve solo cucinare e procreare e per Esty non è abbastanza, come non lo era stato per sua madre prima di lei.

Certo non si tratta di una serie perfetta, ma riesce a spiegare bene il punto di vista di Esty che poi è, almeno in larga parte, quello di Deborah Feldman, autrice di “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche” (2012). E’ una serie delicata, come lo è la sua protagonista. Tratta di argomenti non facili e poco conosciuti alla maggior parte del pubblico. Anche se sono evidenti una certa dose di giudizio e di condanna nei confronti della comunità da cui Esty scappa, le creatrici Anna Winger e Alexa Karolinski non danno un taglio netto alla lettura di questa storia che rimane ricca di sfaccettature e di incertezza, proprio come rimane inconcluso il suo finale.

2 pensieri riguardo “Unorthodox – Un’analisi”

  1. Argomento davvero molto interessante. Le serie sono un po’ bistrattate e spesso considerate un genere inferiore, ma spesso si tratta di vero e proprio cinema. Purtroppo non in Italia, dove normalmente c’è un bravo attore e tutto il resto del cast è fatto di attori mediocri. Le puntate sono troppo lunghe e anche il numero degli episodi. Le serie americane, ma anche spesso europee – vedi Germania, Francia, Inghilterra- hanno trasformato le serie televisive in prodotti di ottimo livello con puntate piuttosto brevi, spesso con un numero di episodi limitati con andamento veloce, ma con temi interessanti e , spesso, ben approfonditi.

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