Wet Hot American Summer – First Day of Camp & Wet Hot American Summer – Ten Years Later

di Carlotta Po

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Ragazzini riuniti al campo estivo “Firewood”, storie d’amore e amicizia, misteri che si sviluppano contorcendosi (non troppo) sotto la superficie; il tutto, in un solo giorno. E, dieci anni dopo, il ritrovo dello stesso gruppo di amici, ormai venticinquenni in carriera, alle prese con nuove vite e nuove difficoltà. E un nuovo mistero da risolvere.

Classificate come “parodie delle commedie anni ’80”, Wet Hot American Summer – First Day of Camp e Wet Hot American Summer – Ten Years Later sono, a ben vedere, qualcosa di più.

Ciò che viene attestato è innanzitutto un atteggiamento tipico Netflix – quello di creare prodotti estremamente autoconsapevoli. Le miniserie Wet Hot American Summer, create da David Wain e Michael Showalter (che recuperano personaggi, setting, struttura e atmosfere del film omonimo del 2001, diretto da David Wain) sembrano spingersi oltre, mirando a disorientare completamente uno spettatore che, ormai, è stato già abbondantemente educato a film e prodotti seriali autoriflessivi. Che, cioè, riflettono e si interrogano attivamente sulle proprie logiche, sui media che li veicolano, sui propri precedenti più o meno illustri.

Netflix ha capito già da tempo la formula magica del successo, quell’ammiccare a un utente che sa di essere preso in causa in un gioco di rimandi, citazioni, recuperi e stravolgimenti. Un utente che si compiace proprio nel coinvolgimento e nella scoperta dei legami intertestuali che connettono quello che vede a (quasi) tutto quanto ha ingurgitato in passato.

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La parodia è solo il livello più superficiale di quelli che, a prima vista, paiono prodotti demenziali nonché privi di qualsiasi valore culturale. La genialità di Wet Hot American Summer sta nel coprirsi di assurdità, a partire dalla scelta di attori quarantenni a interpretare le parti di giovani adulti – per arrivare all’esilarante cambio di interprete per il medesimo personaggio con il pretesto di un’operazione al naso.

La serie riconosce e recupera quei meccanismi che regolano la produzione televisiva e cinematografica portandoli all’estremo, svelando una struttura falsamente complessa, sviluppando fili narrativi apparentemente indipendenti ma così ovviamente legati, giocando con i colpi di scena e divertendosi a cambiare inaspettatamente le carte in gioco per spiegare eventi altrimenti incomprensibili.

Nulla di nuovo, in realtà, se non fosse che è proprio la radicalizzazione di quegli stessi elementi – che conosciamo così bene, che ritroviamo ovunque, ma che siamo abituati a dare per scontati nel patto tacito di una “sospensione dell’incredulità” nei confronti del mondo finzionale – a favorire un’attività quasi ludica che è, alla fine, il vero piacere di guardare la serie.

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