Westworld – 1×02 – “Il labirinto”

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Scrivere una recensione su qualsiasi puntata di “Westworld” è un’impresa. Ogni episodio è talmente ricco di nuovi elementi e di punti interrogativi che non si sa da che parte cominciare. Ma ci si può provare.

Nonostante sia solo la seconda puntata di una stagione che ne prevede 10, il livello di complessità della trama è già notevole. Nel primo episodio, è stato mostrato un mondo incredibile, rinchiuso in un parco, controllato dagli uomini, ma in cui, forse, c’è qualcosa che sta sfuggendo al loro dominio. Ma cosa?

Fin dalla prima scena di “Il labirinto”, poi, il pubblico ha già una domanda a cui non sa dare risposta: cosa deve ricordare Dolores?

Nel pilot, il pubblico ha capito che non tutti, nel parco, sono veri uomini, quindi, in questa puntata, per ogni nuovo personaggio sorge spontaneo chiedersi: è reale o è un residente? Quella domanda ci ronza in testa fin quando non abbiamo deciso in quale categoria inserirlo. Capita prima di tutto con l’uomo in nero: i proiettili non lo feriscono, quindi è reale. Poi ce lo chiediamo per il bambino: Ford gli comanda di andarsene e non tornare e lui lo fa, quindi è un residente. Questo “gioco” andrà avanti per ogni episodio fino alla fine, ma chissà se sarà sempre così facile capire a quale gruppo appartengono tutti i personaggi.

In questo episodio, il parco ci viene mostrato dal punto di vista di due nuovi visitatori, William (Jimmi Simpson) e Logan (Ben Barnes), che hanno due prospettive completamente diverse di come il parco andrebbe vissuto. Se Logan, infatti, come la maggior parte dei visitatori, vive quel luogo come uno svago, una vacanza dal mondo reale, in cui poter fare tutto ciò che vuole, esternando tutte le sue pulsioni violente e sessuali, William è riluttante, non capisce bene a cosa serva quel luogo e non capisce la natura dei residenti. Proprio per questo, chiede a una dipendente del parco se lei è reale, e quella risponde “Se non lo capisci, non ha importanza”.

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Ed è forse questa la questione più scottante per chi guarda questa serie. Se i residenti non sono reali, è giusto fare loro tutto quello che si desidera? È immorale o giustificato dal fatto che sono macchine? Uccidendo uno dei residenti, un visitatore si sente come se uccidesse un uomo reale? Il parco è un modo per far sfogare la natura violenta degli uomini, in modo che possano poi tornare, come se nulla fosse, alla vita reale? E la domanda più difficile: tutto questo è giusto?

In questo episodio, oltre alla storia di William, seguiamo anche quella dell’uomo in nero (Ed Harris), un visitatore che viene nel parco da 30 anni e che sembra seguire un percorso tutto suo, alla ricerca di un labirinto che conduce al livello più profondo del parco. E questo porta a un’altra domanda: cosa è questo livello nascosto? Il parco riflette in questo senso la complessità della narrazione: nulla è come sembra. Quando il pubblico crede di avere afferrato la soluzione, la regia e gli sceneggiatori creano altro caos, a un livello ancora più profondo, in un modo inaspettato.

L’uomo in nero sembra conoscere tutto del parco, tanto che dice “in un certo senso, sono nato qui”. È lui il più freddo, il più distaccato, forse quello che ha coscienza più che mai di trovarsi dentro ad un gioco.

Quindi noi, il pubblico, ci troviamo tra William, innocente, leale, che come elemento caratterizzante sceglie un cappello bianco, e l’uomo in nero, senza cuore, crudele, ma che forse legge nel modo giusto il parco. Iniziano così a svilupparsi due anime, due modi di vedere Westworld.

Poi c’è la storia di Maeve (Thandie Newton), residente da molto tempo nel parco che rischia di essere messa da parte perché secondo gli operatori di Westworld non riesce più ad attrarre i visitatori. Ci vuole una donna per capire che il suo potenziale va ben oltre quello di essere solo un corpo.

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Ma quello che è veramente inquietante, è il fatto che, anche se, come tutti i residenti, Maeve dovrebbe “sognare” solo quello che le succede in laboratorio, quando le fanno gli esami di routine, e vivere tali “sogni” come incubi, lei sogna quella che appare come la sua vita prima di fare la prostituta. E ha una bambina in questa vita. Il sogno è così reale che innesca un meccanismo per cui Maeve si sveglia nel laboratorio e vede, per un attimo, quello che è veramente, prima di essere riportata al suo posto e all’incoscienza. Ma forse i suoi ricordi sono legati a quello che deve ricordare Dolores? Forse c’entra la pistola che Dolores (Evan Rachel Wood) trova alla fine della puntata, come se la avesse nascosta lei senza esserne cosciente.

Infine c’è Ford (Anthony Hopkins). L’ideatore di tutto. Il creatore di Westworld. Tutti lo considerano un vecchio, un “bastone tra le ruote”, tutti tranne Bernard (Jeffrey Wright). Ma Ford è forse quello che più di tutti comprende cosa il parco sia veramente, come si può dedurre dal dialogo con Bernard e soprattutto da quello durante la presentazione della nuova narrativa, in cui spiega che gli ospiti non vanno nel parco per sapere chi sono, ma per capire chi potrebbero essere. Lui capisce la complessità di ciò che ha creato e la pericolosità che scaturisce da essa.

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Tutte queste storie, prima o dopo, si incastreranno l’una all’altra come un puzzle e sveleranno la risposta a tutte le domande che il pubblico ha nella testa e che sicuramente aumenteranno con l’avanzare della stagione.

Questa serie è pensata in maniera perfetta da ogni prospettiva. Non ha difetti né dal punto di vista attoriale, né da quello registico. Non lascia trapelare nulla. Alla fine di ogni puntata il pubblico scopre qualcosa di nuovo, di inaspettato, di diverso che rende tutto ancora più intrigante, più complicato, come un cubo di Rubik di cui è impossibile ordinare le facce. Bisognerà aspettare fino all’ultima puntata per capire il quadro completo. O forse non basterà nemmeno quella.

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