Quando l’immagine fa scandalo – Cinema e violenza

“Violenza e cinema, e prima ancora violenza e spettacolo, sono un connubio assodato da sempre.”

È così che presenta l’argomento Linda Magnoni, laureata in Cinema, televisione e produzione multimediale all’Università di Bologna.

La violenza nel cinema è un argomento intrigante ed inquietante, di cui tutti dovremmo essere più consapevoli, per goderci al meglio i film dei più grandi maestri del cinema di questo tipo. Ho assistito a una conferenza che Linda ha tenuto presso il Centro Cultura Multiplo di Cavriago e Linda ha accettato di rispondere ad alcune mie domande su questo tema.

Il tema della violenza nel cinema non mi sembra sia una novità. Puoi narrare brevemente il suo sviluppo?

Potremmo dire che la violenza è innata nel cinema, perché lo stesso spettacolo cinematografico è un atto di violenza: quando guardiamo un film, siamo costretti ad assistere a ciò che ci scorre davanti agli occhi.                                                                                     Le immagini e i suoni sullo schermo ci vengono “imposti” dal regista. Del resto non è una 00685604.JPGnovità che la violenza affascini lo spettatore: pensiamo ai cosiddetti “spettacoli del patibolo”, cioè quei momenti in cui, nel XVIII e XIX secolo, la folla si riuniva attorno al boia per godere del momento in cui il condannato veniva impiccato o decapitato. Il popolo ha sempre gioito del sangue e della morte. Il cinema non ha fatto altro che ereditare questo ruolo. Ed è stato tra fine anni ‘60 e inizio ‘70 che la violenza è stata letteralmente sdoganata sullo schermo: film come Gangster Story di Arthur Penn o Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah hanno rivoluzionato il cinema sotto questo aspetto. Oggi invece c’è una rappresentazione della violenza molto più sottile e ironica: è una violenza postmoderna, come quella di Tarantino o di Rodriguez.

Quali sono gli elementi più utilizzati per arrivare al pubblico nei film che consideriamo “violenti”?

Possiamo individuare elementi comuni nella rappresentazione della violenza sul piano formale. Una convenzione usata molto spesso è ad esempio l’utilizzo del campo/controcampo con la soggettiva della vittima. In questo modo si favorisce l’immedesimazione del pubblico nel personaggio in difficoltà. Il regista può anche decidere di farci stare dalla parte del cattivo, e in questo caso la soggettiva sarà dal suo punto di vista. Altri elementi ricorrenti sono lo slow-motion, per enfatizzare e dilatare l’atto violento, e la fast-motion, quest’ultima soprattutto nei film di arti marziali o tratti dai fumetti. Un’altra cosa che ritorna di frequente è l’utilizzo di colori saturi e pieni, spesso contrastanti. Penso a un film come Gangster Squad, che da questo punto di vista è emblematico.

Quanto è importante la musica nei film che trattano il tema della violenza?

La musica è un perfetto accompagnamento per le scene di violenza: oggi va molto di moda quella elettronica o la classica, come faceva Stanley Kubrick. La musica è uno strumento efficacissimo per “inoculare” la violenza nell’inconscio dello spettatore. Spesso ci facciamo trasportare dal suo ritmo incalzante e senza neanche accorgercene ci ritroviamo nel bel mezzo di uno squartamento. In altri casi serve come amplificatore: molti registi amano scegliere brani che funzionano come un crescendo continuo di tensione, finché il climax viene raggiunto e la violenza può esplodere in tutta la sua efferatezza. Tutto lo spazio sonoro contribuisce, insieme a quello visivo, a “esercitare violenza” sullo spettatore.

Quali sono i “maestri” del cinema in questo campo?

Tra i più grandi ci sono sicuramente Nicolas Winding Refn, Stanley Kubrick e Dario Argento. Tre grandi registi che hanno fatto della rappresentazione della violenza un punto di forza, cosa tra l’altro non facile: ogni volta che si decide di spargere del sangue sullo schermo non si sa mai come reagiranno pubblico e critica. In questo Refn è un ottimo esempio: non tutti i suoi film sono stati capiti, soprattutto quando mostra la violenza come qualcosa di bello, come una performance artistica. Anche Kubrick faceva una cosa simile, con la differenza che il suo era un cinema molto più politico e impegnato. Dario Argento invece ha sempre fatto quello che voleva fare, e basta. È questo il motivo del suo successo: è riuscito a intercettare i gusti del pubblico e inaugurare un nuovo genere cinematografico che ha poi fatto scuola. Non è da tutti, bisogna riconoscerlo.

Tu sei specializzata nel cinema di Refn, considerato “il Tarantino del nord”. In cosa si differenzia dagli altri grandi del cinema di questo tipo? Cosa porta di nuovo al tema?

Refn è “figlio” degli altri due: Argento e Kubrick sono due suoi punti di riferimento. Ma non sono gli unici: nel suo pantheon ci sono tantissimi italiani, soprattutto registi di B-movies da noi dimenticati, come Sollima, Leone, Corbucci, Jacopetti e Prosperi… Refn è un cinefilo incallito e i suoi film sono il frutto della sua vastissima cultura cinematografica. Un po’ come Tarantino, con la differenza che, se entrambi mettono in scena la violenza, quella di Tarantino è una violenza ironica, volutamente esagerata e costruita sui dialoghi. La violenza che Refn porta sullo schermo è diversa. È spesso ironica, ma di un’ironia sottile, molto più inafferrabile. Poi è fatta di tutto meno che di parole, perché è costituita unicamente di immagini e suoni: in tutti i film di Refn i dialoghi sono minimali. È in questo che il regista danese si distingue dagli altri: la sua è una violenza estetica, levigata fino ad essere portata alla sua quintessenza più pura e persino poetica. È, appunto, una performance artistica. Come Refn dice spesso “l’arte è un atto di violenza”, e questo ci riporta a quello che dicevamo prima, cioè allo spettacolo come una forma di violenza sullo spettatore.

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Alla fine, hai spiegato alla conferenza, è il pubblico quello che più di tutti subisce violenza. Perché?

Il pubblico subisce violenza nel momento in cui viene sottoposto a una “cura Ludovico” come quella a cui è sottoposto Alex in Arancia meccanica. Quando siamo al cinema siamo arancia-meccanica.jpgfermi su una poltrona, con pochissima libertà di movimento, proprio come lui che è addirittura immobilizzato. Inoltre anche noi siamo obbligati a vedere e sentire ciò che ci scorre davanti, e anche se chiudiamo gli occhi durante una scena di violenza siamo comunque consapevoli che qualcosa di terribile sta accadendo e che non possiamo fermarlo. C’è una tecnica ancora più insidiosa che un regista può sfruttare, sadicamente: quella della reticenza. Quando la macchina da presa distoglie l’attenzione dall’atto violento ci sentiamo grati di non dover più guardare. E invece è proprio qui che ci sbagliamo. Perché in questo modo a completare la scena interviene la nostra immaginazione, che funziona ancora più subdolamente, dal momento che siamo coinvolti in prima persona nella creazione della violenza.

Quali film consiglieresti a chi è intrigato da questo argomento?

Sicuramente Arancia meccanica, che apre gli occhi – è proprio il caso di dirlo –  ogni volta che large_d8ov7PVlHu4tNN0e0bVxDUPwOBx.jpglo guardi. Anche Funny games è molto interessante. Ci sono due versioni, entrambe di Michael Haneke, la prima del 1997 e la seconda del 2007. È un film importante perché fa riflettere sul concetto di giustizia nella violenza, e ti manda in crisi perché mette in discussione il ruolo dello spettatore di fronte alla violenza. Anche i film di Tarantino, che permettono alle vittime di riscattarsi e di mettere in atto la loro personalissima vendetta: Jackie Brown, Pulp Fiction, Bastardi senza gloria… E poi ovviamente tutti i film di Refn. Gli ultimi soprattutto per capire cosa vuol dire “estetizzazione della violenza”: Bronson, Drive, Solo dio perdona, The Neon Demon sono dei veri capolavori.

Ringrazio molto Linda per aver risposto a tutte le domande in modo accurato ed esaustivo! Spero di continuare la collaborazione con lei per altri focus sul cinema!

 

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